Gillo Dorfles

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Raccontare Gillo Dorfles e sentirlo raccontare il design è come farsi narrare la storia della cultura italiana e internazionale del XX° secolo. Nato a Trieste nel 1910 da padre goriziano e madre genovese frequenta l’università a Milano e Roma (laurea in medicina e specializzazione in psichiatria). In seguito, sempre a Milano, a eccezione di lunghi soggiorni in altre zone del Paese e frequenti viaggi all’estero (è visiting professor nelle università di Cleveland, Buenos Aires, Città del Messico, New York), Dorfles diventa libero docente e poi ordinario di estetica presso le università di Milano, Trieste, Cagliari. A partire dagli anni ‘30 svolge intensa attività di critica d’arte e saggistica (“Rassegna d’Italia”, “Le Arti Plastiche”, “La Fiera Letteraria”, “Il Mondo”, “Domus” -di cui è stato vicedirettore-, “Aut Aut”, etc…). Nel primo dopoguerra continua anche a dipingere e fonda con Munari, Soldati e Monnet il MAC (Movimento Arte Concreta). Nel ’54 gli viene dedicata una personale alla Galleria Wittenborn di New York; ottiene in seguito numerosi premi, tra i quali il Compasso d’Oro e la Medaglia d’Oro della Triennale. Diventa ben presto uno dei pionieri nello studio del design del nostro Paese. E' scomparso nel 2018, all'età di 107 anni.

D. Cosa le suggerisce l’osservazione del catalogo Zanotta e dei molti pezzi firmati dai maggiori designer dagli anni ’30 in poi, che tuttora sono in produzione?  
R. Ritengo particolarmente importante la produzione Zanotta per aver seguito il design italiano dagli inizi ufficiali attraverso l’opera di autori importanti, da Gae Aulenti, a Enzo Mari ai Castiglioni. L’azienda, al contempo, ha impostato una duplice linea produttiva che definirei “anomala”, quella che ha compreso le creazioni di personaggi come Carlo Mollino. L’omaggio al grande Mollino, che resta uno dei miei artisti preferiti e diciamo pure “venerati”, è testimoniato da una serie di pezzi eccellenti come il tavolo Reale disegnato nel ’46. In questo Zanotta ha dimostrato di non seguire solo il design come si andava configurando nel modo classico (e cioè vincolato al binomio forma-funzione), ma di aver esplorato altre strade. Mi riferisco soprattutto a opere che risalgono direi al “medioevo” del design, come quelle di Gabriele Mucchi e Giuseppe Terragni, autori assai poco citati da chi parla di design nella maniera più consueta. In particolare, segnalerei la poltrona Genni di Mucchi, che è del ’35 e la poltroncina Sant’Elia di Terragni, disegnata un anno dopo. Sono pezzi fondamentali del design storico, per funzionalità e per ricerca estetica, che hanno precorso i tempi. Le sedute “rivoluzionarie” di Terragni hanno anticipato il loro periodo anche dal punto di vista tecnico. Penso inoltre a pezzi come la Sella dei Castiglioni e la Maggiolina di Zanuso che ancora oggi sono opere eccezionali per modernità ed espressione. E alla semplicità esemplare di uno Sciangai o all’originalità dell’intera famiglia dei Servi di Achille Castiglioni. Così come ad alcune altre opere fondamentali e al tempo stesso “abnormi” come Mezzadro e Allunaggio! Due oggetti che per quell’epoca erano assolutamente fuori da ogni contesto, davvero anticipatori di tendenze.

D. Come valuta la serie dei “mobili d’artista” che Zanotta ha avviato vent’anni fa con le Edizioni e che oggi annovera decine di nuovi pezzi di autori inediti? 
R. Sì, c’è poi tutto questo filone, che io trovo interessante. Soprattutto le opere di Dalisi, artista e designer così libero e fantasioso, autore che amo molto e di cui conservo con piacere alcune sculture nella mia casa. Le sue forme originali e fantastiche, come la Mariposa o la Metopa restano pezzi considerevoli. Certo, non direi che queste possono essere avvicinate ai pezzi classici del design, ma rivelano la comprensione di un tipo di design legato alla ricerca artistica. Ne sono esempi validi e affascinanti. Così come certe opere di Mendini per le Edizioni Zanotta. Quello su cui vorrei invece portare delle riserve, come più volte ho già avuto occasione di fare nei confronti di vari grandi produttori del nostro migliore design, è quel campo della produzione dove vengono coinvolti pittori e artisti. Domando: fino a che punto possiamo accettare l’intervento nel design industriale di questo genere di autori, che nel loro campo sono senz’altro brillanti e validissimi? La mia polemica, si sa, risale ai tempi di Alchimia e Memphis, ma si è ulteriormente accentuata con esperienze successive (penso a Metamemphis). Ebbene, abbiamo visto molti esempi di mobili e complementi disegnati da artisti come Pistoletto e altri che hanno realizzato pezzi suggestivi magari, ma che non hanno nulla a che vedere col design, con tutto il rispetto per le loro qualità grafiche e pittoriche. Personalmente non li ritengo espressioni di design, anzi rischiano di travisarne gli assunti di base, pur richiamando con successo l’attenzione di un certo tipo di pubblico. Più operazioni di marketing direi. E, in altri casi, esplorazioni suggestive ma fini a se stesse. Diverso, invece, è il discorso per quei mobili al confine tra arte e design che sono nati dall’ideazione di autori strettamente legati alla formazione progettuale, come Munari, Dalisi, Mendini. Mi viene in mente un esempio paradossale come la sedia “per visite brevissime” che Bruno Munari ha disegnato per Zanotta: è proprio un oggetto d’arte con forma di sedia!

D. C’è qualche pezzo Zanotta della nuova collezione che ha suscitato il suo interesse? 
R. Avvicinandosi ad anni recenti, direi che una preferenza va alla Tonietta di Enzo Mari che è una delle sedute più riuscite a mio parere, insieme alla serie completa di sedie ideate da Roberto Barbieri, a partire dalla Lia. Un plauso anche ai tavoli Wire di Arik Levy, anomali come struttura, ma molto efficaci e validi.

D. Un suo parere sull’ultimo Salone Internazionale del Mobile? 
R. In generale penso che l’indirizzo dato da questo ultimo Salone del Mobile è soddisfacente. Abbiamo assistito a esempi anche innovativi di buon design, mobili e sistemi che hanno saputo liberarsi dalle imposizioni di ogni rigore pseudo-Bauhaus da una parte, senza cadere nell’ornamentalismo dall’altra. Ecco, credo che si stia delineando un nuovo design che ben evidenzia la linea costruttiva dell’oggetto senza renderlo “sterilizzato”, nè troppo severo.


(intervista a Gillo Dorfles per il magazine online Zanotta Happenings, 2007) 


(nota: i prodotti Mariposa, Metopa citati nell'articolo non sono più in produzione)