Mendini in progress

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Alessandro Mendini, classe 1931, ha diretto giornali (Casabella, Domus, Modo e oggi Ollo), ha creato movimenti culturali e di innovazione fondati sul recupero e la valorizzazione del sapere artigianale e sul design radicale, ha progettato edifici importanti nel mondo. Architetto, artista e designer Mendini ha lavorato nel suo Atelier milanese, col fratello Francesco, realizzando mobili, oggetti, scenografie, quadri. Ha ricevuto il Compasso d’Oro e riconoscimenti internazionali in Francia e Stati Uniti.

D. Zanotta ha ancora in catalogo mobili che lei ha disegnato fin dai primi anni ’80 con un segno espressivo e poetico molto speciale. Ripensando a quella stagione, e a come è proseguita con le Edizioni, cosa ritiene che possa ancora generare? 
R. È mia abitudine e tradizione quella di disegnare mobili molto espressivi e di alta fattura artigianale. Sto progettando anche adesso cose di questo genere, che si inseriscono nella storia del mobilio e dell’arredamento virtuoso milanese iniziato non solo negli anni trenta, ma anche prima con il decò e il liberty. Si tratta di una palestra linguistica ad ampio raggio, della quale fanno parte anche le mie opere dell’epoca Zabro.

D. Ha qualche ricordo emblematico degli anni passati al fianco di Aurelio Zanotta? 
R. Ricordo con nostalgia che talvolta mi telefonava e mi diceva: «ho realizzato un mobile che è proprio “Mendini”, vieni a firmarlo». Cosa che io facevo volentieri.

D. Le è capitato di vedere i pezzi da lei disegnati nelle case di chi li ha scelti? Qual è il tipo pubblico che compra i mobili ideati da Mendini? 
R. I miei sono mobili e oggetti da collezione, sono cercati dagli amatori.

D. Innovazione tecnologica e propensione al “sentire” e all’intuizione: in che percentuale si riconosce nelle due grandi componenti del lavoro del designer? 
R. Il mio lavoro è espressivo, il mio goal è la poesia, la narrazione, l’emozione. Ma questi obbiettivi vanno raggiunti con linguaggi aggiornati, e pertanto con attenzione a tutte le novità tecniche e ai materiali di ricerca, oltre che naturalmente alle tradizioni.

D. La nozione di design sta invadendo campi insospettati, dalle nanotecnologie al cibo, dagli yacht ai bruciatori del gas. Secondo lei è perché lo richiede il mercato o perché il design aggiunge qualcosa di emozionale e funzionale al tempo stesso, che fa vivere meglio la gente? 
R. Il design, nel senso più lato, è il processo di formalizzazione del mondo. Perciò, nella miriade di generi, di esigenze e di tipologie, il design appartiene a tutto, e tutto appartiene al design. Il vero design, sia nell’emozione che nella funzione, non è mai “l’aggiunta di qualcosa”, ma è sempre una sostanza.

D. La casa come spazio delle emozioni e come metafora dell’esistenza: sono parole che ricorrono spesso nei suoi scritti sull’abitare. Quali case può esprimere il presente? 
R. Quello presente è un mondo della violenza, se si osserva la realtà in modo obbiettivo si vedono durezza e cinismo prima di ogni altra cosa. La casa come metafora di una “buona” esistenza è un’utopia, un miraggio cui tendere sapendo che non si può raggiungere. 


(intervista a Alessandro Mendini per il magazine online Zanotta Happenings, 2008)