Piero Gatti

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Ricordo bene quel periodo, anche perché di questi tempi sono in molti a chiedermi di raccontare degli anni ’60 e della Sacco e dell’incontro con Aurelio Zanotta. Sono passati quattro decenni ma questa poltrona informale continua a piacere, evidentemente». Piero Gatti è al telefono con noi dalla sua residenza toscana e presto sarà a Milano per assistere all’inaugurazione della grande mostra per l’anniversario della sua poltrona, la Sacco. Zanotta ne ha riunite quaranta e le ha vestite a festa per l’occasione. Gatti, però, non è un architetto che si scompone per le celebrazioni, anzi è un personaggio piuttosto riservato che avrebbe forse più voglia di buttarsi in qualche nuova avventura progettuale. Tra architettura e design, possibilmente in un’ottica sostenibile. A noi e a molti colleghi e appassionati del design Piero Gatti è noto soprattutto per aver prodotto questa idea della Sacco, con gli amici e colleghi Cesare Paolini e Franco Teodoro (entrambi scomparsi, «insieme ci siamo divertiti molto e mi mancano i momenti di scambio e confronto con loro»). Ed è di quell’idea e dell’atmosfera di quegli anni che abbiamo chiesto a Piero Gatti di parlare, ma anche di lanciare uno sguardo al futuro e di farsi conoscere.

D. Caro architetto, vorremmo cominciare con un ricordo un po’ speciale dell’inizio della storia con Sacco e Zanotta. 
R. Era il 1967, l’ergonomia era un concetto ancora pionieristico. Noi tre, che già lavoravamo insieme, stavamo pensando a un’idea di seduta flessibile, che non fosse la solita poltrona. E che assecondasse i movimenti del corpo. In quegli anni il concetto di rapporto col corpo era molto sentito, a tutti i livelli: arte, musica, letteratura, moda. E anche nella progettazione del design questo era un concetto che ricorreva più o meno sommessamente. La prima versione della Sacco, compiuta dopo una serie di esperimenti, era dunque un oggetto in Pvc trasparente rinforzato, riempito di palline di polistirolo e dotato di maniglia per poterlo spostare facilmente. Ma ci tengo a precisare che non si trattava per noi di un’invenzione “pop”, bensì di un progetto preciso: un oggetto del tutto studiato e razionale, fatto di due forme esagonali per comporre le due basi superiore e inferiore e da spicchi che combaciavano in una serie di cuciture. Con Paolini e Teodoro facemmo ricavare per prima cosa degli spicchi alti 170 centimetri in un materiale plastico trasparente, che facemmo cucire dalle nostre madri; quindi trovammo un artigiano che faceva buste per le patenti e gli chiedemmo con quel tipo di plastica di farci un prototipo, che facemmo anche fotografare. Dopo questa prova proseguimmo per fasi alterne. In un primo momento con un contatto negli Stati Uniti in seguito alla pubblicazione su una rivista americana, Long Furniture Daily; andammo anche alla 3M, poi ci furono i grandi magazzini Macy’s che videro la rivista (il nome del nostro prototipo era “Moll you are”, cioè “sagomato da voi stessi”) e la loro proposta fu spiazzante: ci chiesero se potevamo produrne subito diecimila pezzi! Ed è a questo punto che ci fu l’incontro con Zanotta. Lui capì la forza di Sacco ed ebbe la capacità di mettersi subito all’opera coi primi prototipi funzionanti. Il resto è storia.

D. Qual è stato il suo approccio col design, oltre a Sacco? 
R. Un approccio ampio e variegato. Nei primi anni ‘60 avevo contatti sia con Joe Colombo che mi voleva in studio con lui, sia con Gavina. Due figure per me importanti. Come la lezione di Carlo Scarpa, fondamentale. Ma il primo contatto con l’aspetto artigianale e di ricerca è stato attraverso il mio bisnonno paterno, che mi portava sovente lungo i Navigli milanesi a vedere il lavoro delle botteghe, un utile percorso formativo e d’ispirazione. Altri progetti di design li feci coi miei soci per alcune aziende friulane della sedia, soprattutto, mentre si lavorava a Sacco. Vincemmo intanto un premio alla fiera del MIA di Monza, nel ’68. Poi ci fu il lavoro per l’Abet all’Eurodomus di Torino. Subito dopo, all’esposizione del mobile di Parigi nel ’69, Zanotta portò la Sacco e da lì tutto prese una piega molto coinvolgente. La stampa fu folgorata, così il mondo del design. Ma stiamo parlando ancora della Sacco…

D. Cosa vede allora nel suo futuro di progettista? 
R. Forse una versione ecologica della Sacco, tanto per essere sinceri. E nuove forme di architettura sostenibile, legate al concetto di edificio più armonico dal punto di vista della forma, del sistema costruttivo e dell’uso dei materiali e meno sprecone in termini energetici. Ma qui la difficoltà maggiore sta nei rapporti con le istituzioni del nostro paese, che non aiutano certo chi vuole sperimentare nel concreto cose nuove, oltre i termini del profitto immediato. 


(intervista a Piero Gatti per il magazine online Zanotta Happenings, 2008)